GIANLUCA MARTUCCI

Sono le nove del mattino e come d’abitudine dopo il solito caffè scorro Instagram per scoprire nuovi account, alla ricerca di stimoli visivi da setacciare in quel mare di post tra chi sta per mangiare al ristorante, e ragazze impegnate nel mestiere più antico del mondo.

Tra le immagini della griglia d’improvviso una notizia mesta, è morto Fercioni. Chi ama i tatuaggi non può non conoscerlo, più di cinquant’anni di carriera, costruendosi stile e fama tra porti e marinai com’era uso fare, e non apparire, per un tatuatore. Perché è il mondo alla Melville (l’autore di Moby Dick. Nda) che ci ha (ri)avvicinato all’usare il nostro corpo come un diario riscoprendolo dalle tribù d’oltreoceano. Gian Maurizio Fercioni ci ha lasciato da dandy qual era, ma la sua eredità è in consegna a generazioni di artisti che attraversano i continenti solcando mari e cieli scambiandosi tecniche, soluzioni formali e avanzando nell’arte.

Ho deciso così di parlarne con un amico, un fratello con il quale ho condiviso tanto, titolare del NeroFumo tattoo studio di San Marino, spesso in Germania ospite del Papirouge e oggi per voi, voce da ascoltare per quanto riguarda il tatuaggio.

Ricordo quando ci sentimmo nel 2010 avevi iniziato da poco in questo mondo che cambiava ad una velocità impressionante. In quindici anni di intenso lavoro hai raggiunto un livello tecnico altissimo, puntando tutto sul realismo che già padroneggiavi in pittura, quali cambiamenti hai visto che secondo te hanno contribuito a dare dignità artistica ad un settore fino a prima circoscritto in Occidente alla sola cultura underground, con lo stigma della devianza sociale, ed oggi invece fenomeno di costume della nostra società?

Innanzitutto ti ringrazio per lo spazio che mi stai dedicando sul tuo blog, di tempo ne è passato e il mondo del tatuaggio si è evoluto e trasformato alla velocità della luce (ed è continuamente in mutazione). Sicuramente lo sviluppo tecnologico e l’avvento dei social, hanno giocato un ruolo importantissimo e di cooperazione, il primo perché, attraverso la creazione di nuovi modelli di macchinette, aghi, colori, etc, ha permesso l’evoluzione della tecnica e della resa finale del tatuaggio, portando alla realizzazione di soggetti “nuovi” o comunque eseguiti ad un livello superiore ancora non visto prima, e, in secondo luogo,  attraverso internet e i social, c’è stata la diffusione e l’apertura ad un pubblico molto più vasto di un mondo che il più delle volte veniva guardato con occhi diffidenti da parte della stragrande maggioranza della gente comune. Questa “apertura” ha fatto si che tanti artisti (intesi come pittori, disegnatori, grafici) si avvicinassero a questo mondo accrescendo così il bacino di interesse e allo stesso tempo portando nuova linfa vitale, sfociata poi nella creazione di nuovi stili di tatuaggio.

Se a Herbert Hoffman, in quanto caposcuola del tatuaggio moderno si deve la divulgazione europea negli anni ’60 di questa branca della body art, oggi che sono le Convention a fare la storia, volendo mappare la geografia del tattoo di casa nostra ed internazionale, quali sono quelle da attenzione per scoprire i nuovi talenti e per incontrare i nomi che hanno consacrato come arte vera e propria quella dell’inchiostro sottocutaneo?

Ovviamente con l’esplosione in ambito “popolare” del tatuaggio, il business che sta dietro all’organizzazione delle tattoo convention è cresciuto a dismisura, il numero delle tattoo convention che si tengono praticamente ogni week end è allucinante, contando che il livello di bravura anche nei tatuatori e tatuatrici giovani e con pochi anni d’esperienza si è alzato moltissimo, diciamo che si ha la possibilità di scoprire nuovi talenti in (quasi) qualsiasi tattoo convention. In Italia sicuramente la più ambita e importante è quella di Milano, che ospita artisti provenienti da tutto il mondo e nomi di spicco, sia storici che emergenti, ma lo stesso comunque (come dicevo prima) lo si può dire anche di tante altre convention vedi Ancona, Napoli, Roma (per citarne alcune). A livello europeo sicuramente tra le più importanti ci sono la Gods of Ink di Francoforte e la Mondial du tatouage di Parigi.

Tatuatore, pittore, musicista, Nerofumo è il nome del tuo spazio dove la carne viene incisa, ed è facile leggervi l’origine degli inchiostri tradizionali, ma c’è qualcosa nel sostantivo che lo lega al progetto ermetico URNA? Puoi raccontare ai lettori quest’altra tua identità?

Esatto, abbiamo scelto questo nome con riferimento al pigmento, una sorta di tributo alle radici dell’arte del tatuaggio, non c’è connessione (in questo caso) col mio progetto musicale che hai citato, diciamo che quest’ultimo è un qualcosa che è molto più affine al mio discorso pittorico per ambito di tematiche e ispirazioni. VRNA nasce nel 1998, più o meno, come manifestazione sonora di visioni e ossessioni collegate a culti antichi e misterici, in grandissima parte ispirate dal ventre di Napoli, dalle sue cripte e ossari, luoghi di morte nei quali, in un certo senso, ha avuto vita questa mia creatura con la quale ho realizzato circa 25 album, sospesi tra ritual/dark ambient, tribalismi, sonorità acustiche antiche e discese infernali nell’industrial/noise. Attualmente sto lavorando ad un paio di collaborazioni con altri musicisti della scena italiana ed estera, per chi fosse interessato, lascio il link della mia pagina Bandcamp: https://urna-rituals.bandcamp.com/

Nel mondo del tatuaggio si parla spesso della pelle come tela sulla quale raccontare la propria storia attraverso immagini, decorarandola con pattern e ornati per abbellirla, ma c’è una corrente che guarda alla body modification che esula da tutto ciò e ricerca la mortificazione se non per la catarsi attraverso il dolore e il sangue, per proiettarci pensieri ostili scindendo l’immagine corporea da quella precaria di sé in una società escludente. Scarificazioni, tatuaggi sclerali (al bulbo oculare. Nda.) o gli interventi come quelli del Brutal Black Project dove l’unico interesse è esplorare in maniera primitiva il limite umano della soglia del dolore, sono parte di questo settore, ma senza compromessi. Come ti poni nei loro confronti e quando finisce l’arte, il virtuosismo tecnico quasi rinascimentale per far spazio al marketing apologetico del nichilismo esistenziale?

Purtroppo questa esplosione commerciale del tatuaggio, e delle pratiche ad esso associate, ha portato in senso negativo, ad uno sputtanamento totale anche di quelle pratiche più segrete e nascoste, che oramai sono state fagocitate dalla dimensione “social” e date in pasto a cani e porci, perdendo così molto del loro “fascino” (almeno dal mio punto di vista) e diventando, appunto, mere esternazioni di nichilismo esistenziale. Ovviamente esistono anche degli esecutori/performer seri che non si sono svenduti a suon di reel “simpaticoni”, ma in generale diciamo che è un settore che non ho mai seguito più di tanto e, allo stadio attuale di come si evolvono le cose, lo seguo ancora meno.

Un’ultima domanda. Molti come me conoscono dal vivo ed apprezzano la tua pittura simbolista, raffinata e ricercata, da artista quindi ti chiedo quanto è possibile esprimerla anche attraverso il tatuaggio mantenendone la purezza concettuale in rapporto ad una professione che incontra e risponde alle esigenze più varie dei committenti? 

La cosa è fattibile se si ha la capacità e la possibilità di improntare la propria carriera su un determinato genere stilistico, come dicevamo prima, tanti artisti provenienti dal mondo della pittura si sono avvicinati al mondo del tatuaggio ed hanno impostato il loro portfolio solo su lavori col loro marchio di fabbrica, incidendo su pelle umana quello che normalmente dipingevano su altri supporti, non è semplice, non per questioni tecniche o di esecuzione, ma per questioni legate alla difficoltà che si può incontrare nel procacciarsi clienti e nel crearsi un giro che sia appagante anche a livello economico (dato che bisogna pur campare). Per esperienza personale posso dire che un fattore molto importante è anche quello geografico, ci sono zone dove alcuni generi funzionano meglio che altri, vuoi per questioni culturali, vuoi per questioni biologiche (vedi i tatuatori dell’est Europa che riescono a fare dei veri e propri dipinti a colori su pelle, dato che hanno delle pelli bianchissime a disposizione), insomma la risposta è si, si può fare, ma bisogna avere tantissima forza di volontà e pazienza.

Siamo arrivati alla fine di questa chiacchierata e come per ogni marinaio è giunto il tempo di salpare. Lasciamo quindi alle spalle i fumi d’oppio cavalcando nuovi venti, e salutando Gianluca in attesa di ritrovarci a casa segneremo con l’inchiostro una rondine sulla nostra pelle, affidandole la nostra anima.

Giovanni D’Onofrio

Tutte le immagini di questo articolo sono di proprietà di ©Gianluca Martucci

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