“Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”. Questa frase recitata nel film Interstellar attendeva dal 2015 tra le note che sono solito scrivere per i momenti di riflessione, comparendo di volta in volta tra i vari appunti presi nel quotidiano.

Interstellar 2014 / Copyright: Warner Bros. Entertainment – https://www.warnerbros.it
Una metafora che parla sia dell’amore genitoriale, capace di infrangere la costrizione spazio temporale alla quale siamo abituati aprendoci inconsapevolmente a prospettive di fisica quantistica, ma anche del bagaglio di consegne esperenziali ed emozionali che continueranno ad essere depositate e influenzare dopo di noi. Come la responsabilità della trasmissione immateriale di visioni che ci accompagnano dal passato costituendo il nostro patrimonio più prezioso, l’eredità valoriale alla quale l’uomo e la donna legano la propria appartenenza identitaria, coltivata attraverso una consegna familiare, l’istruzione e ad una cittadinanza attiva nel vivere al meglio il tempo libero, di qualità, con ozio operoso ed edificante, nell’impegno di educare i giovani e sensibilizzarli all’idea intramontabile delle radici incarnata non solo negli usi e costumi ma nei paesaggi e nello stesso patrimonio storico artistico.

Così le giornate d’Autunno si è scelto di dedicarle al 50esimo compleanno del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, sostenendo il suo impegno civico nella protezione e cura dei Beni ambientali e Culturali italiani ricevuti in donazione, in eredità o concessi in gestione tra restauri e valorizzazioni affinché la collettività possa beneficiarne nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione che recita: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”
Negli stessi giorni in cui grafiche adesive in stile graffiti dal sapore underground irrompono dissacrando nella cattedrale anglicana di Canterbury nel Regno Unito, per una mostra dal titolo Hear Us (“ascoltaci”) con un intento dichiarato dai curatori e dai vertici religiosi di “accogliere le comunità marginalizzate della società”, ma di fatto facendo sacrilegio deturpando esteticamente con modernità chiassosa le colonne millenarie della spiritualità anglosassone consegnata con riverenza e devozione nei secoli agli inglesi, noi abbiamo avuto invece la possibilità di entrare in punta di piedi nella storia venendo iniziati al passato remoto della Maremma toscana, quella vasta area geografica italiana compresa per 5000 km quadrati tra la provincia di Livorno fino al Lazio, tra mare, macchia mediterranea, terre dure da coltivare, dolci colline e montagne magiche che vanno a caratterizzare l’entroterra Tirrenico, tra miti etruschi, gloria imperiale romana e epoca cavalleresca, ancora preservati dalle cafonerie della modernità, visitando per l’occasione e come inizio di questa nostro rispettoso peregrinare nella storia locale due borghi medievali attigui della Maremma Grossetana, Magliano e Pereta, legati assieme agli altri forse anche più noti del territorio alle vicende della famiglia comitale degli Aldobrandeschi, di origine Longobarda, che alla luce delle particolari posizioni strategiche unite al carattere inospitale della zona ne edificarono fortificazioni tipiche di quell’estetica militare medievale che a loro deve la fama.

Sorti e fortune differenti, la prima, originiaria città etrusca di Hebe del VI sec. a.C. divenuta poi municipio romano, deve al medioevo il suo attuale toponimo che compare in un patto stipulato da Uguccione dei conti Aldobrandeschi nel 1097, derivante dal pesante maglio virile usato nell’antichità per estrarre pietra dura come il travertino e battere metalli, simbolo della città e facilmente osservabile sullo scudo dello stemma comunale presente sulla facciata del palazzo del Podestà, si sviluppa all’interno di un’imponente cinta muraria eretta tra il XII ed il XIV secolo, che con otto torrioni circolari ci permette di girarle intorno grazie ai suoi camminamenti godendo del paesaggio circostante con affaccio di controllo fino al mare.

Il passaggio alla dominazione senese nel cinquecentesco apporterà modifiche militari rendendo la fortificazione inizialmente concepita per armi quali balestre e catapulte, ad avere feritoie per armi con polvere da sparo.

Di particolare annotazione all’esterno della cinta muraria, oltre alla chiesa della SS Annunziata del XV secolo, dedicata all’accoglienza dei pellegrini in cerca di riparo da paludi e briganti, con affreschi dedicati alla maternità che allatta, vi è il monumentale “olivo della strega” tradizionalmente associato alle notti di tregenda, tra gli alberi più vecchi d’Europa con più di 3000 anni accertati al carbonio attivo.

Dicevamo sorte differente per il borgo di Pereta, con le sue iconiche sette pere nello stemma, dall’economia ricca in passato per le miniere di zolfo usato in ambito militare, tra le più importanti del Granducato di Toscana, e quella di cinabro attiva fino agli anni ‘70/‘80 del 1900, (Nda. Masaccio forse avvelenato, parrebbe essere morto proprio per intossicazione da cinabro), che garantendole diversi privilegi l’hanno resa indipendente dal punto di vista amministrativo in quanto podesteria autonoma in una lunga storia di beghe tra papi ed antipapi e scismi ecclesiali, passando per famiglie nobiliari quali i Della Gherardesca, gli Aldobrandeschi, fino ai potenti banchieri toscani, i Medici, a differenza della più imponente Magliano rimasta sempre semplice feudo fino ai Lorena.
Senza dubbi in questa terra il medioevo la fa da padrona, e nessuno azzardi neanche lontanamente pensare sovrascrizioni architettoniche ed urbanistiche spesso necessarie in quelle realtà moderne dove la rigenerazione assume valore positivo. Lontani quindi dai pericoli di piratesche incursioni politiche più che culturali, possiamo con fierezza ancora godere di un tempo cristallizzato fatto di pietra squadrata da una società statica che rispecchiava l’ordine del creato voluto da Dio, perfetto e immutabile.
Giovanni D’Onofrio